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Yael Plat

MAD
MUSEO di ARTE delle DONNE

villa5 28 - 30 gennaio 2011

 

YAEL PLAT 1980 Gerusalemme (Israele) - vive a Torino

MEtoHIM_Yael_Plat_dal video

Dal 2000 al 2004 viaggia e soggiorna in vari paesi europei. Frequenta l’Accademia delle belle Arti di Urbino e Torino dove si laurea con una tesi sul significato socio politico del museo dell’arte.

All’inizio del suo percorso artistico la ricerca è rivolta verso di sé, quasi un’indagine chirurgica e archeologica sul suo passato e bagaglio personale. Le opere di questo periodo sono elaborazioni visive dei suoi pensieri e stati d’animo esposti come mappe mentali sulla parete e nelle pagine dei libri d’artista. Da questo processo intimo si sviluppa la presa di coscienza del contesto politico e sociale: le opere diventano denunce che danno forma e voce ad una visione conflittuale e dolorosa della realtà, svelando paradossi e verità scomode della società contemporanea.

Dice Plat “l’arte è il mio mezzo di comunicare quando non trovo le parole adatte per descrivere quello che sento. Vorrei raggiungere la coscienza del pubblico, irritarla ed invitarlo a riflettere su quello che di solito passa in osservato”. Negli ultimi anni il lavoro si è concentrato sulla realtà del suo Paese d’origine. ”Sento di scoprire me stessa attraverso la scoperta e lo studio del mio paese” dice l’artista, “capire e superare i confini fisici e mentali mi ha svelato un mondo intero. La complessità impossibile della realtà mi affascina e allo stesso momento mi spaventa, ma in ogni caso mi spinge ad affrontarla.”

a MAD:
 

ME to HIM

video installazione 2010

tecnica mista

Tornata in Israele dopo dieci anni d’assenza, Plat decide di contestare il sistema vigente infrangendo la regola che impone la distanza, fisica ed emotiva, tra persone di diversa provenienza. Ad Anata, un villaggio recentemente annesso a Gerusalemme, l’artista incontra Ahmed, un uomo di 38 anni a cui è vietato attraversare il confine e tornare nella sua Jaffa. Ahmed racconta a Yael di un passato antico, di amici lontani e della nostalgia di sorseggiare un caffè guardando il mare. Per non soffrire “è necessario dimenticare i luoghi, le persone e il fatto di essere stato libero”. Yael decide di andare a Jaffa per conto di Ahmed, di essere i suoi piedi, i suoi occhi, il suo viaggio… Arrivata lì “c’è un limite a quanto una persona può essere per l’altra. È lui che sogna di essere, ma sono io che sto. Nella mia testa sono le sue parole che sento, ma vedo il mondo solo attraverso i miei occhi. Non posso riportarlo al suo passato, non posso vivere la sua vita al posto suo, non posso rompere le regole anche se non trovo nessun senso in esse e so quanto dolore stiano causando. Tutto quello che posso dare è me stessa, solo me stessa”.

me to him è tutto questo: le immagini che scorrono nel video, come oniriche, sono il viaggio che l’artista ha fatto, sono il suo tentativo di guardare con gli occhi di un altro; l’acqua rappresenta l’inevitabile distanza tra Yael e Ahmed ed entrambi hanno una percezione diversa nell’osservazione, data dalle rispettive posizioni. Ahmed si trova al di fuori del barile: l’artista riconosce l’unicità della sua posizione. In Israele barili come quello utilizzato dall’artista, vengono posti dai coloni sulle terre occupate. Il barile diviene quindi strumento visibile di occupazione, segregazione e ingiustizia e rappresenta, per i contadini cui viene tolta la terra, oppressione e irraggiungibilità. da Susanna Sara Mantice